Elisa Bona nasce a Torino nel 1965. Dal 1984 al 1987 è allieva dell’artista Mario Giani, in arte Clizia, scultore, ceramista e pittore. Vive e lavora a Torino, creando sculture ed installazioni in ceramica.
Dal 1994 ad oggi, svolge attività didattiche presso alcune scuole elementari di Torino e provincia, presso l’associazione culturale
Gli Argonauti di Collegno e presso alcune cooperative sociali torinesi.
Oltre ai corsi per adulti, insegna la lavorazione della ceramica a persone diversamente abili e bambini.
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Elisa Bona da sempre lavora intorno al corpo ceramico quale contenitore sia che si tratti di corpi animali, umani  o semplicemente di strutture cave.
E’ come se la mano e gli occhi dell’ artista fossero attratti dalle superfici dei corpi ceramici così come da ciò che non vediamo, dal buio, dalla ruvidezza e l‘asperità del di dentro, a cui a volte ironicamente,
a volte molto seriamente, la Bona riesce a dar voce.
Una voce misteriosa che l‘induce a guardare e sentire una voce di cui non può ormai fare a meno
e che oggi si pone come inequivocabile ricerca interiore.
In effeti la triade corporea che in questa occasione l‘ artista propone può essere letta proprio quale metafora di un unico itinerario fisico, mentale, spirituale.
(...) Gli occhi per leggere queste opere li possiamo tenere bene aperti ma sarà più facile se attiveremo anche il nostro occhio interiore.
Potremo dunque, come nelle sculture presentate, chiuderli o tenerli attivi, ovvero aperti e intenti ad una messa a fuoco lontana, oltre gli orizzonti della pura sensibilità.

Manuela Cusino in “Sguardo al femminile”



Elisa Bona si esprime attraverso una elaborazione caratterizzata da un’ interiore volontà di fissare un pensiero, una personale visione della società contemporanea (...).
La Bona traduce, quindi, nelle sue opere il senso profondo dell’ esistenza, le inquietudini quotidiane,
i risvolti dell’ essere interprete delle tensioni che accompagnano il cammino dell’ uomo tra speranza, angoscia ed una sottesa ironia.
Un’ ironia che emerge dall’impegno della Bona, da sculture come “L’ ammaestratore di lucertole”
e da “La gabbia”, mentre ne “La valigia del musicante”, “Ali d’angelo” e ne “L’ arco” si avverte un clima di poesia, di misurata ed elegante “costruzione” dell’opera in una sorta di testimonianza riguardante la qualità della vita e del rapporto con l’ambiente.

Angelo Mistrangelo in  “I segni della terra”



Elisa Bona è stata allieva del maestro Clizia: un’ ottima scuola che le ha trasmesso oltre la tecnica, la capacità di trasferire nella creta un personalissimo spirito ironico (...).
Chi conosce le sue sculture vi ritroverà la sua cifra inconfondibile nei temi e nella
rappresentazione: la creta conserva i suoi colori naturali in una calcolata lieve monocromia.
Il corpo umano e animale è reso nei suoi tratti essenziali.

Liliana Lanzardo



Animali in cui è possibile entrare per guardare il mondo da una prospettiva diversa, corpi senza pelle da cui è possibile tracciare l’ impronta scheletrica, il mistero che “sta dentro”.
Interno ed esterno, corpo manifesto e corpo pensato, parti di corpo per il tutto, sezioni scheletriche quali ricomposizioni totali, è questa la poetica del corpo con cui attualmente Elisa Bona ci parla della scultura quale canale preferenziale di comunicazione di “cose non dette”.
Lupi, topi, coccodrilli nel ventre dei quali è possibile sostare a guardare come se ogni tipo di vergogna o riserbo fosse caduto ed ogni interiorità manifesta. E’ chiaro che si tratta di pelle in senso metaforico, di ciò che rimane, fossile, scheletro dopo un processo di evoluzione – involuzione.
Per Elisa, dopo un periodo evolutivo, necessariamente si ritorna allo stato di comparsa dei “piedi palmati” della specie acquatica, metafora di un ritorno
ancestrale, anche della specie umana, defraudata per così dire della propria naturalità.

Testo tratto dal catalogo della mostra 
“Fiabesca” a Castellamonte 2002